"L'andamento della criminalità negli anni novanta" (1990-2000)

 

INTRODUZIONE
(di Marco Venturi)

In questi ultimi anni si è diffusa la consapevolezza, fra i cittadini e gli imprenditori, che quello della "sicurezza" è uno dei "beni" che meglio sostanziano la qualità della vita delle nostre città e delle nostre comunità.

Un "bene" che spesso si ritiene non essere tutelato e difeso secondo le aspettative. E' infatti cresciuta negli italiani una percezione di insicurezza e di paura che, sebbene non giustificata dai dati statistici, sarebbe un errore sottovalutare.

In larghi settori dell'opinione pubblica si ha la chiara sensazione di trovarsi di fronte ad una criminalità dilagante, alimentata da flussi migratori incontrollati e da elementi malavitosi sempre più violenti e imprevedibili.

La novità in negativo del decennio che si è appena chiuso è che tutti si sentono un bersaglio possibile, vittime predestinate di uno scippo, di una rapina, di un qualsiasi episodio di violenza.

Così cresce la paura e con essa la richiesta di interventi più efficaci da parte delle autorità pubbliche, mentre aumentano i costi sostenuti per garantire la sicurezza personale e quella delle aziende. Un trend in crescita in tutto il mondo occidentale. Una recente indagine sui mutamenti urbanistici che il bisogno di sicurezza ha prodotto nelle città metropolitane ha evidenziato come la voglia di blindarsi abbia già determinato nella California meridionale l'installazione di sofisticate protezioni elettroniche nei nuovi insediamenti abitativi.

In questo scenario nasce il lavoro che oggi presentiamo con il nuovo numero di Strumenti, curato da Enzo Ciconte  e Pierpaolo Romani. La ricerca fotografa con freddezza nei numeri, ma anche con il calore di chi questi problemi li vive in prima persona, l'evolversi dell'andamento della criminalità in Italia negli anni novanta con l'obiettivo di individuare i segnali di cambiamento.
Non si tratta, per noi, di una novità.

La Confesercenti, accanto all'attività di proposta e di denuncia, all'organizzazione di importanti eventi, come il recente "Treno per la legalità", all'impegno per l'aiuto e la tutela dei propri associati e di tutti gli imprenditori vittime di fenomeni criminali, svolge da tempo un'azione di analisi e di approfondimento iniziata alla fine degli anni ottanta con la presentazione del Libro Bianco "Estorti e riciclati" e culminata con la creazione del Centro Studi "Temi" nell'ambito del quale si è sviluppata questa ricerca.

Oggi mettiamo a disposizione degli studiosi, della associazioni impegnate nel campo della legalità, dei nostri dirigenti, questa analisi che in estrema sintesi, e in un quadro segnato dalla complessità, indica alcuni dati si cui riflettere.

Innanzitutto il dato generale: due milioni e duecentomila reati denunciati ogni anno in Italia ai quali va aggiunto il non-denunciato, il cosiddetto "numero oscuro". E, dopo il boom del 1991, la progressiva diminuzione dei reati più gravi, vale a dire omicidi, furti, e rapine.

Una tendenza che si è ulteriormente accentuata nel corso del 2000, con un significativo calo dei reati denunciati rispetto all'anno precedente.

La sensazione è che l'accresciuta attenzione su questi problemi abbia cominciato a produrre effetti positivi, ancora insufficienti tuttavia a dissipare il forte senso di insicurezza che si è andato consolidando nel corso degli anni '90, come hanno evidenziato tutte le ricerche sulla "vittimizzazione".

Pesa a questo riguardo il dato che gran parte delle denunce, soprattutto per i reati contro il patrimonio, venga archiviata senza l'individuazione dei colpevoli e determinando di fatto una impunità che lascia costernati e alimenta la paura delle vittime.

Un secondo elemento, ben evidenziato nel capitolo sulle carceri, riguarda la crescita di un nuovo modello di criminalità fondato su basi etniche che fa dell'organizzazione una sua forza, ormai integrato con l'attività delle "mafie" italiane, ora dividendosi affari e territori, ora colludendo sulle operazioni economicamente più vantaggiose.

Il legame sempre più labile fra "micro" e "macro" criminalità, le interessenze fra mafie, l'aumento di allarme intorno ai reati sino a qualche tempo fa considerati minori e per questo tollerati, come la prostituzione ed il contrabbando, hanno determinato il "fatto" nuovo di questo decennio sul quale vale la pena interrogarsi: la paura diventa "fatto politico", poiché cambia in rapporto ad essa il senso comune della gente rispetto ai bisogni, ai diritti, alle libertà.

Una sensazione difficile da contrastare perché impalpabile, perché mette insieme più "preoccupazioni": per un futuro incerto, per i fenomeni di degrado urbano e di violenza gratuita, verso gravi problemi sociali e di devianza come la tossicodipendenza, che hanno notevoli ricadute sui reati cosiddetti di strada.

Per questo, una mera risposta strettamente legata sul piano dell'ordine pubblico e della repressione, benché essenziale, non è sufficiente a dare risposte significative se non accompagnata ad una efficace attività giudiziaria ed al varo di misure sociali forti verso l'immigrazione clandestina, la tossicodipendenza, la devianza sociale, il carcere.

E' con un ventaglio di misure incentrate sul controllo del territorio, la certezza della pena, l'inclusione dei soggetti a rischio, utilizzando il metodo del parternariato e coinvolgendo le categorie e gli enti locali, che si può dare una risposta di sicurezza forte, senza con questo mettere in discussione le libertà individuali di ciascuno e di tutti. Un parternariato rivolto anche alle istituzioni europee, accettando in pieno la sfida lanciata dall'Europa di Schengen, valorizzando gli elementi di cooperazione fra le varie polizie dell'Unione per difendere la convivenza civile dall'attacco della criminalità transnazionale.

La nostra opinione è che su un terreno delicato come quello della lotta alla criminalità non occorrano interventi "fantasiosi", ma sia invece necessario aprire una stagione di riforme "vere", in grado di rompere alcuni tabù consolidati. Primo fra tutti quello che impedisce di realizzare un coordinamento effettivo fra le forze dell'ordine, a cominciare dall'unificazione delle centrali operative, ovvero il pieno utilizzo degli agenti in compiti operativi e di investigazione, piuttosto che in mansioni burocratiche ed amministrative.

Noi continueremo a fare la nostra parte. E questo lavoro rappresenta un nuovo importante contributo per comprendere e per agire meglio.