"Estorsioni ed usura a Milano e in Lombardia"

 

PRESENTAZIONE


NEL SALOTTO DI MILANO

Quando un mafioso si spostava al nord incontrava inevitabilmente delle difficoltà. Usciva dal suo ambiente e s'immergeva in un contesto a lui totalmente ignoto. Arrivava da perfetto sconosciuto; e il primo problema era proprio questo: nessuno lo conosceva, e, dunque, nessuno lo poteva rispettare. Per un uomo d'onore il rispetto è essenziale, è vitale per la sua sopravvivenza di mafioso; ma il rispetto non nasce dal nulla, sorge dalla conoscenza. Nell'ambiente che ha appena lasciato era rispettato proprio perché era conosciuto. Ogni mafioso è noto nella propria terra. Tutti sanno chi è, a cominciare dalle forze dell'ordine. E tutti lo rispettano perché lo temono.
Al nord non è così. Gli unici che lo possono conoscere - direttamente o per interposta persona o per fama - sono gli emigrati suoi compaesani o quelli dei comuni vicini; per questo il mafioso tende ad avere rapporti con gli emigrati. Non c'è solo la consuetudine di legarsi con gente proveniente dalla propria terra come accade di solito tra emigrati, c'è una necessità più urgente, che è quella di farsi riconoscere anche fuori del proprio comune d'origine.
L'altra difficoltà che incontrava era quella culturale perché la mentalità e la cultura mafiose erano estranee nei comuni del nord; e, dunque, era costretto a rielaborare un approccio per entrare in contatto con altra gente, con persone che lo potessero aiutare nelle sue attività illegali.
Nasce anche da questa esigenza la ricerca di rapporti con la criminalità locale, con quel variegato mondo che vive ai margini, che s'incontra nelle periferie cittadine, in contesti urbani degradati e marginalizzati, ai bordi delle grandi città.

STRATEGIE DI ADATTAMENTO

II mafioso si doveva adattare ad un nuovo mondo che aveva scansioni di vita, codici culturali, linguaggi, regole, territori radicalmente diversi da quelli ai quali era abituato. Per operare doveva fare gruppo, associarsi con altre persone, e doveva, entro questo nuovo aggregato, riprodurre per quanto possibile le condizioni di vita appena abbandonate.
Non tutti ci riuscivano perché non era un'operazione facile a farsi.
Le condizioni più adatte per fare ciò erano quelle dove c'era una forte presenza di persone provenienti dalla stessa località.
Buccinasco è una di queste realtà. Attaccato a Milano, è un grosso comune dove c'è stata una forte ondata d'emigrati provenienti da Platì.
Rocco Papalia - ha raccontato Saverio Morabito - "era conosciuto da tutti, tutti lo temevano". Ha riprodotto, per quanto ha potuto, un pezzo di Platì a Buccinasco.
"Alla mattina si spaparanzava davanti al bar di Buccinasco con la sua giacchetta; tutto vestito; che se la tirava da boss, e tutti quelli che passavano di là gli dicevano: Buon giorno compare Rocco; come andiamo compare Rocco?
Tutto bene?".
Descrizione preziosa; se non sapessimo che l'azione si svolge a Buccinasco saremmo indotti a credere di essere stati catapultati a Platì.
Siamo così lontani dal piccolo paese aspromontano, eppure in questo comune del milanese tanto distante da quello calabrese si ripetono gli stessi ossequi quotidiani, l'abituale intercalare e lo stesso rispetto di sempre, come se si fosse a Platì.
Rocco Papalìa inizia il suo rapporto con la giustizia da giovane. A 20 anni il primo arresto per detenzione di arma da fuoco, una pistola che era servita a sparare contro la caserma dei carabinieri di Platì e che lui disse di aver trovato per caso davanti al portone di casa sua, per terra. Il suo è un racconto che tenta di presentare se stesso come un bravo ed onesto lavoratore, invidiato dagli altri perché ha avuto successo e fortuna nel lavoro al nord.
"Sono arrivato qua nel nord nel 1966, a sedici anni, da solo.
Prendevo 450 lire all'ora per fare il manovale nei cantieri, dormivo in una cantina con altri otto calabresi".
Vita dura, come quella di tanti altri lavoratori meridionali.
All'accusa di essere un padrino ribatte che questa diceria nasce dall'invidia degli altri "forse perché non ho continuato a fare il manovale, sono riuscito a tirarmi su.
Ma l'ho fatto a forza di sacrifici, con i risparmi di mia moglie che aveva lavorato in banca per 18 anni.
E il primo camion per portare la terra l'abbiamo preso in leasing.
Abbiamo rischiato, abbiamo lavorato.
E ce l'abbiamo fatta".
A chi lo dipinge come un mafioso replica così: "Se i carabinieri si mettono davvero a guardare nei comuni, passerà del tempo ma scopriranno realmente chi sono i mafiosi e 'ndranghetisti". Affermazione significativa che riprendendo un antico adagio indirizza la ricerca sulle origini della mafia e della 'Ndrangheta verso gli amministratori, i politici, la politica.
Ad agevolare i mafiosi c'era il fatto che essi non arrivavano mai da soli, ma erano accompagnati e seguiti da altri familiari, anche loro a volte inseriti in attività criminali, o da altri paesani spesso già affiliati.
Si muovevano in gruppo e cercavano di collegarsi con altri mafiosi che erano arrivati prima di loro. Quelli che incontrarono le maggiori difficoltà furono i primi arrivati, poi saranno loro stessi a fare da apripista per gli altri.
Al sud il mafioso ha un vantaggio enorme: controlla il territorio, sa quanto avviene in quello spicchio di terra sottoposto al suo dominio.
Ma al nord in che termini si pone la questione del territorio?
Ecco un bel problema.
E in quel territorio del nord dove opera il mafioso si deve parlare di occupazione o d'infiltrazione?
Non è semplice rispondere compiutamente a tutte queste domande.
È possibile avanzare alcune risposte seguendo più da vicino il concreto modo di agire dei mafiosi e cercando di comprendere, dal mare di notizie e di fatti disseminati in centinaia di inchieste giudiziarie e di articoli dei giornali, quali siano i tratti cotamento e di azione.

NON TUTTO SI PUÒ FARE

Il nord non è una realtà indistinta.
Al suo interno ci sono differenze a volte anche notevoli tra regione e regione, e dentro la stessa regione tra una zona e un'altra.
In queste terre non si troverà un territorio occupato nelle stesse forme che siamo abituati a vedere nei comuni del sud.
Le diversità sono del tutto evidenti, e tuttavia è interessante osservare come anche al nord si siano riprodotti modelli di comportamento, attività, episodi di omertà e di collusioni che si pensava fossero impossibili ad affermarsi in contesti così diversi.
Il fenomeno mafioso ha mostrato un'indubbia e sconvolgente capacità di riprodursi al di fuori delle zone di storico insediamento e di mettere radici robuste adattando il proprio modo di agire alla nuova realtà. Sbaglieremmo a pensare che i mafiosi possano fare al nord tutto ciò che fanno a sud. Se potessero lo farebbero, ma, almeno finora, non hanno potuto farlo.
Al nord tutte le cosche, nessuna esclusa, sono impegnate nel traffico di stupefacenti.
Piccole e grandi organizzazioni si muovono su questo enorme mercato che non sembra esaurirsi mai. Un mercato dove possono partecipare tutti, a patto di rispettare le regole del gioco; un mercato dove la concorrenza è spietata, selvaggia, senza esclusione di colpi, dove prevale chi ha più uomini, chi ha una struttura solida alle spalle, chi ha la forza e la capacità di sostituire gli uomini arrestati o uccisi e di trovare nuovi canali di approvvigionamento per fare arrivare il prodotto migliore a prezzi più bassi e in tempi più rapidi possibili.
Ci saranno anche estorsioni ed episodi di usura che suonano come campanelli d'allarme e che ci avvertono di una presenza sul territorio più solida, più compatta.
Trafficare droga significa guadagnare tanto denaro.
E allora sorge il problema di come trasformare il denaro sporco in denaro pulito, di trovare le vie per riciclarlo, di investirlo, di dividerlo impegnandone una parte per acquistare nuova droga, una parte per acquistare beni immobili, una parte per far andare avanti l'organizzazione perché mantenere una struttura organizzata richiede un notevole impegno finanziario per gli uomini da pagare, per i carcerati e le loro famiglie, per gli avvocati, per i tanti corrotti che hanno il loro prezzo (….)

PER CERTE COSE MEGLIO L'HINTERLAND

Una prima caratteristica che balza agli occhi è il fatto che i mafiosi sembrano prediligere i piccoli e medi centri dai quali è possibile raggiungere agevolmente la città.
I mafiosi stabilmente residenti a Milano sono m numero inferiore rispetto a coloro che abitano nei comuni dell'hinterland o delle altre province lombarde.
La scelta non è casuale perché è più agevole muoversi in tenitori più ristretti che possono essere più facilmente controllati.
Questa scelta è sicuramente il riflesso di un'antica abitudine ereditata dal luogo di origine che impone al mafioso di ritagliarsi una fetta di territorio da controllare, ma essa può apparire come una singolare contraddizione soprattutto se si pensa alla straordinaria capacità di trafficare droga con paesi stranieri dislocati in tutti i continenti.
Ma forse non è una contraddizione, bensì la riaffermazione del modus operandi di un mafioso che intanto può agire in quanto ha la possibilità di operare in un luogo protetto, sicuro, senza interferenze.
C'è una distinzione da fare in merito al territorio.
C'è il territorio inteso come luogo fisico dove il mafioso abita, vive e fa sentire la sua presenza; c'è il territorio inteso come luogo di traffico e di spaccio di droga che spesso è una piazza, una via, un gruppo di case, un quartiere.
Questa distinzione a volte è netta, a volte invece no, perché i due tipi di territorio appena descritti possono coincidere.
Questi due tipi di territorio sono luoghi fisici, materiali, facilmente identificabili e possono essere considerati tradizionali.
Ci sono poi le rotte dei traffici di droga a livello transnazionale che si può dire costituiscano un territorio a parte che viene controllato contemporaneamente da più organizzazioni mafioso a volte addirittura appartenenti a mafie di diversi paesi straniere.

INTANTO SI CAMBIA SCENARIO

C'è, infine, un altro tipo di territorio, più moderno quello del futuro giacché, con tutta evidenza, rappresenta la linea di tendenza dell'immediato futuro ed è quello legato al mondo economico, finanziario, bancario.
Questo è un territorio particolare .perché è fisico e nello stesso tempo è immateriale.
È più difficile da individuare perché si trova nelle banche, nelle società finanziarie, nelle immobiliari, nelle società di import-export.
È un territorio che non è popolato solo da uomini che non sono in numero elevato ma anche da banconote queste, sì, in numero davvero elevato da denaro contante che si sposta continuamente e rapidamente da una parte all'altra, che sparisce per riapparire in un altro luogo a volte in Italia a volte all'estero, che fa lunghi viaggi lasciando tracce incerte, labili, evanescenti, difficili da seguire. Ma, per quanto sia irto di difficoltà e disseminato di trabocchetti, è un percorso che si può seguire, solo che lo si voglia fare.
Queste diverse tipologie di tenitori sono popolati da molti personaggi.
Troveremo le vittime che sono gli assuntori di droga, l'anello terminale di una catena infinita che si muove m mille modi per far viaggiare la droga.
Troveremo il cavallo che è lo spacciatore di strada, quello che è a contatto diretto con il tossicodipendente.
Troveremo il narcotrafficante, italiano e straniero; quello italiano, se raggiunge certi livelli, è quasi sicuramente un mafioso perché solo chi è associato ad un'organizzazione mafiosa è in grado di ottenere la chiave per trovare i canali giusti di rifornimento e la possibilità di commerciare e di spacciare la droga.
Troveremo anche uomini, inseriti nelle istituzioni preposte alla prevenzione e alla repressione, che hanno tradito il giuramento prestato e hanno agevolato il lavoro dei mafiosi.
Altri uomini hanno tradito; sono quelli che un tempo erano uomini d'onore e hanno deciso di parlare raccontando fatti che diversamente era impossibile accertare.
Troveremo poi altri uomini che stanno in luoghi più riparati, che agiscono nel terzo territorio; figure nuove che penso si debbano chiamare uomini-cerniera perché mettono in contatto, fanno da cerniera tra mondo legale e mondo illegale, tra mafiosi e uomini legati ad ambienti bancari e finanziari.
Sono questi uomini che popoleranno i tre tipi di territori.

ECCO GLI AMICI DELLA 'NDRANGHETA

Gli uomini-cerniera hanno una funzione centrale, preziosa, in sostituibile.
Senza queste figure i mafiosi non sarebbero in grado di penetrare nel territorio, per loro vitale, dell'economia e della finanza.
Gli uomini cerniera, come vedremo, sono direttori o funzionari di banca, commercialisti, brooker, finanzieri, ragionieri, direttori di finanziarie, colletti bianchi di varia estrazione e provenienza.
Sono disseminati a Milano e in Lombardia, operano in Italia e all'estero.
Appartengono all'area della criminalità economica locale oppure sono personaggi che fanno un lavoro normale e che non hanno precedenti penali di alcun tipo.
Sono figure che per le ragioni le più diverse hanno prestato la loro opera ai mafiosi in modo più o meno consapevole, nella maggior parte dei casi in modo del tutto consapevole.
La Commissione antimafia, già nell'estate del 1990 segnalava l'esistenza del problema: "Sembra probabile che le organizzazioni mafiose si avvalgano di consulenti di assai elevata capacità tecnico-professionale, assunti nel giro di quelli che sono utilizzati da certe imprese che non sempre si basano sul rispetto dei canoni di lealtà e di correttezza o dei principi della libera concorrenza; per cogliere nella logica del massimo profitto la migliore remunerazione e redditività dei capitali impiegati"
È fotografata con precisione l'estrazione sociale dei "consulenti" che provengono da quell'area tutta particolare dove incerti risultano i confini tra legale ed illegale. Alla fine del decennio il problema di questi uomini-cerniera assumerà una dimensione rilevante, così come ancora più rilevante sarà il coinvolgimento di settori significativi del mondo imprenditoriale, finanziario e del commercio con mafiosi il cui capitale traeva origine dal grosso traffico di droga.
Appartiene a questo periodo la notazione del ministro dell'interno con la quale si evidenziava "il ruolo di intermediari finanziari che, pur non organici rispetto alle associazioni mafioso, si mettono a disposizione di queste ultime per veicolare il denaro sporco nell'ambito di strutture legali".
Sul ruolo degli intermediari finanziari si è soffermato il colonnello Giulio Sbarra comandante del Nucleo speciale di polizia valutaria della Guardia di Finanza nel contesto dell'attuale "mercato del credito" dove la criminalità organizzata si muove secondo logiche di profitto direttamente mutuata dalla dinamica propria dell'economia e, conseguentemente, sviluppa professionalità capaci di sfruttare appieno le opportunità offerte dalla realtà mondiale in continua evoluzione, gli intermediari finanziari costituiscono punti di obbligato passaggio delle varie transazioni, sia a livello internazionale che sul piano interno.
La presenza, numerosa, degli uomini-cerniera è la spia di uno slabbramento delle élites economiche e finanziarie milanesi e lombarde di fronte alla penetrazione del capitale mafioso dentro i santuari del capitalismo ambrosiano. C'è uno slittamento di determinate figure sociali che passano dalla criminalità economica alla criminalità mafiosa.
Gli uomini cerniera utilizzano soldi provenienti non più solo dal mondo dell'illegalità ma anche dal mondo del crimine mafioso.
Nessuna resistenza di fronte a questa penetrazione, tutt'altro.
A rendere ancora più devastante il ruolo di queste élites contribuiva, e non poco, la circolazione di quella particolare cultura secondo la quale pecunia non olet, il denaro non ha odore; dunque, secondo questa concezione, era indifferente da dove provenisse il denaro, come era stato procurato e chi ne fosse il detentore.

MA IN CHE MONDO VIVETE

Un direttore di filiale di una banca di Corsico ci dà un magistrale saggio di questo particolare modo di pensare. Il suo è un racconto illuminante che vale la pena riportare per esteso: "Li riconosci subito i malavitosi. Ce n'è uno che abita nelle case popolari e ha 16 miliardi in Bot e Cct. Guadagnava in contanti cifre spaventose, impensabili. Mi portava i soldi, in banconote da 10 mila e 50 mila. in una busta di plastica, e una volta mi ha portato un centinaio di milioni in un colpo solo. Ma ha chiesto di versarglieli poco alla volta, per non superare il tetto dei venti milioni. Sapete che dai venti milioni scatta l'identificazione obbligatoria: così li ho tenuti io in cassaforte, in un cassetto a parte, e ho fatto le operazioni giorno dopo giorno, sotto la mia responsabilità".
Con chiarezza esemplare il direttore dice come abbia agevolato quello che con un pudico eufemismo definisce malavitoso che tutto lascia intendere essere un narco-trafficante di un certo livello e come si sia messo letteralmente al suo servizio custodendo in modo illecito e illegale i soldi in cassaforte e addirittura prestandosi a fare le operazioni bancarie giorno dopo giorno al posto del malavitoso, come se fosse un suo famiglio. Non è la paura la molla che fa muovere il direttore, ma è la logica che preside alla concezione del pecunia non olet.
E, infatti, così prosegue: per capire come vanno le cose basta partire dal concetto che il compito della banca è uno solo: raccogliere quanto più denaro possibile.
Quindi non credo di dire niente di straordinario spiegando che sono due criteri a muovere i responsabili delle agenzie: un funzionario sceglie di far aumentare i depositi, oppure di vivere tranquillo. Nella seconda ipotesi non accetterà quella busta di plastica piena di denaro, manderà quella montagna di soldi ambulante alla concorrenza, che l'accetterà, e farà una figura da pirla con la sede centrale. Invece nella prima ipotesi, che almeno per i più giovani è vincente, il funzionario accetterà i soldi, qualsiasi persona li porti. Accetterà, come ho fatto io, come facciamo tutti, assegni post-datati, e li verserà secondo le date di scadenza (….)
Ogni direttore farà tanti altri trucchetti in barba alla legge antiriciclaggio e alle altre misure che servono solo a buttare fumo negli occhi della gente.
Sì, fumo negli occhi: vedete, anche chi evade le tasse, tutta gente a posto che però non può permettersi di versare allo Stato troppi soldi, utilizza qualcuno dei sistemi adottati dalla malavita per ripulire il denaro.
E le banche sono d'accordo.
Io mi stupisco del vostro stupore. In che mondo vivete?".
Da fonte interna, e insospettabile, viene a galla la responsabilità attiva di certe banche nel riciclaggio del denaro illegale e mafioso. Non si tratta solo di complicità o di corruzione di funzionari bancari; c'è qualcosa di più, e di peggio: è la condivisione dell'idea, e della prassi, che con i soldi - comunque si siano fatti e chiunque li porti in banca - si può fare quello che si vuole forzando le leggi dello Stato e le regole bancarie che pure dovrebbero essere condivise da chi ha responsabilità rilevanti.
Le banche diventano le collettrici di entrambi i filoni :di finanziamento sporco, sia di coloro che non pagano le tasse sia di coloro che hanno accumulato i soldi con il traffico di droga (….)

L'IMPALPABILE TERRITORIO FINANZIARIO

II controllo di tipo tradizionale del territorio presupponeva una presenza invasiva, quotidiana, visibile, nota a tutti.
Era, pertanto, più esposto all'attenzione e all'iniziativa delle forze dell'ordine anche perché a volte, pur di mantenere il controllo del territorio, si era costretti a ricorrere a qualche azione violenta. Ben diversa, invece, era la visibilità sull'altra tipologia di territorio, quella legata agli ambienti della finanza e dell'economia. Qui la presenza mafiosa è più ovattata, più impalpabile, più evanescente; è ancora più misteriosa ed inafferrabile.
Tali caratteristiche sembrano appannaggio degli uomini che, seppure divisi in più raggruppamenti una sorta di piccola federazione di cosche fanno capo a Giuseppe Morabito detto Peppe Tiradritto, originario di Africo.
A scorrere le pagine di alcune sentenze colpisce la straordinaria dinamicità di quegli uomini che, partiti da un piccolo paese come Africo, riusciranno a penetrare, con le loro attività economiche, in pieno centro, nel cuore della Milano finanziaria.
Quando a metà dicembre del 1997 la prima sezione del Tribunale di Milano processerà uno spezzone della 'Ndrangheta calabrese denominata Morabito-Bruzzaniti-Palamara originariamente insediatasi e dominante nella zona di Africo e di Bova Marina", scriverà in sentenza che "la potenza del gruppo (era) basata principalmente sulla forza economica". La notazione è interessante perché segna un passaggio di fase. C'è un'inversione di non poco conto rispetto al passato.
Adesso era la forza economica che caratterizzava la capacità delinquenziale non tanto la potenza militare e la forza di dissuasione che erano note da tempo e che non occorreva verificare ulteriormente.

UOMINI SILENZIOSI MA ANCHE DETERMINATI

Gli uomini di Africo si muovono in silenzio, cercando di passare inosservati.
Diversamente da altri, operano in modo tale da non richiamare l'attenzione delle forze di polizia; perciò la loro presenza sul territorio è quasi anonima, e ciò rendeva più ardua l'individuazione dei componenti dell'organizzazione. Ancor più interessante è il fatto che tutti abitavano non nella zona di operatività ma in altri luoghi, anche in provincia.
Già questo fatto poneva in termini radicalmente nuovi il problema del territorio e del suo controllo poiché lo scopo principale era quello di svolgere in modo tranquillo l'attività primaria costituita dal traffico degli stupefacenti; esercitavano dunque una sorta di controllo diverso da quello che ovviamente si compie ad esempio in Calabria, un controllo in altri termini non rivolto verso l'intera popolazione ma solo verso i gruppi criminali concorrenti per avere l'egemonia del traffico degli stupefacenti.
E' descritta in termini chiari questa tipologia di territorio il cui controllo non presuppone va una presenza fìsica sul luogo di residenza e di vita del mafioso ma solo il controllo di un segmento importante del mercato degli stupefacenti.
La cosa notevole è un fatto che es si riescano ad assicurarsi tutto ciò senza avere bisogno del controllo militare di uno specifico territorio fisico.
C'è, infine, la terza tipologia di territorio, ancora più sofisticata, i cui protagonisti sono sempre gli uomini di Africo.
Essi hanno acquisito egemonie e controllo su specifici rami economici ed imprenditoriali con riguardo all'esercizio di attività nel settore dei locali pubblici di Milano, quali bar, ristoranti, discoteche, garage e autorimesse.
L'acquisizione di questi locali risponde ad una duplice esigenza che viene sottolineata dal pubblico ministero Laura Barbaini: "i locali pubblici in questione, dai bar ai ristoranti ai garage vengono utilizzati dalla cosca, sia per realizzare la movimentazione di grosse somme di denaro ostacolando in tal modo la riconducibilità dei beni al gruppo criminale di appartenenza, sia per garantire alla cosca il controllo del territorio sul quale questi locali sono dislocati".
Quindi doppia finalità, egemonia economica in determinati settori; settori che per la loro morfologia, per la loro natura garantiscono comunque anche un controllo del territorio.

CHE BELLA LA MODERNITA'

La caratteristica di questo gruppo sta nel fatto che viene realizzato un controllo del territorio in senso moderno, in senso attuale, in senso quindi adeguato al mutamento dello scenario nel quale questi uomini lasciando Africo sono verti ad operare realizzando dei punti fissi di riferimento.
Apparentemente non vi è nulla di straordinario in ciò se non il fatto che tali punti di riferimento siano stati trovati dentro la galleria Vittorio Emanuele, nel centro economico e finanziario, nel cuore pulsante di Milano.
Un salto di qualità di notevoli proporzioni perché la gestione economica avviene non nella periferia degradata di una grande metropoli, ma nei santuari ritenuti inviolabili della ricca borghesia ambrosiana.
L'attività della drina si esplica attraverso una particolare strategia di gestione del patrimonio e quindi di acquisizione di determinate attività economiche in precisi settori attraverso i quali realizza un ingresso nel centro fisico commerciale e finanziario di Milano.
Ciò porta, inevitabilmente, delle trasformazioni.
Per inserirsi nel tessuto sociale economico nel quale vanno ad operare, devono abbandonare il concetto del controllo del territorio inteso tradizionalmente, quello dei picchetti armati per controllare piazze o vie o palazzi o del controllo sistematico dei bar e delle attività economiche ricadenti sul territorio.
Come hanno fatto i mafiosi a realizzare una strategia così sofisticata?
Qui entriamo in un territorio del tutto nuovo, popolato da uomini che nulla avevano a che fare con la mafia, con uomini che svolgono determinate professioni nel mondo finanziario, a diretto contatto con chi è abituato a lavorare con i soldi e a movimentarne giornalmente quantità rilevanti.
I mafiosi ricorsero all'aiuto degli uomini-cerniera, di coloro i quali erano in grado di assicurare i contatti giusti con il mondo bancario e finanziario.
In tal modo sono riusciti a mantenere il possesso di questa fetta di economia collocata in questa zona coincidente col centro finanziario bancario di Milano attraverso meccanismi sofisticati attuati da commercialisti di cui si avvalgono e il cui prestigio presso le banche milanesi consente di volta in volta di superare tutti gli ostacoli sorgenti nella, gestione del patrimonio della cosca.